Sicurezza, il direttore del Giro di Germania avverte sui costi elevati: “Se si alza troppo l’asticella della sicurezza, si rischia di far sparire del tutto le corse”

Il finale della stagione del ciclismo su strada ha riacceso il tema della sicurezza in corsa. Infatti la protesta dei corridori alla partenza de Il Lombardia 2026 per la mancanza di sicurezza, ha spinto gli addetti ai lavori ad un’ulteriore riflessione su un tema ormai largamente dibattuto negli ultimi anni. Gli episodi recenti sono stati inevitabilmente pesanti, a partire dalla tragica morte di Finlay Tarling al Giro del Portogallo, ma anche i fatti avvenuti nelle corse italiane, con una moto della polizia che ha investito due corridori della Pinarello Q36.5 alla Tre Valli Varesine e le invasioni di mezzi esterni alla Coppa Bernocchi e al Giro dell’Emilia, così come all’Eneco Tour, dove sono avvenuti più episodi che non dovrebbero assolutamente accadere in gare di livello professionistico.

A dare un’interessante prospettiva sul tema è Fabian Wegmann, ex corridore professionista e attuale direttore del Giro di Germania, che ha spiegato durante il podcast Road.cc come il problema alla base sia quello economico: “L’UCI può stabilire i regolamenti. Può imporre, ad esempio, che ogni spartitraffico o ogni curva siano protetti in un determinato modo. Si possono definire degli standard a cui le corse debbano attenersi. Ma, parlando dal punto di vista dell’organizzatore, è una spesa pazzesca! Il 90% delle gare non genera profitti; se si alza troppo l’asticella degli standard di sicurezza, si rischia di far sparire del tutto le corse”.

A tal proposito Wegmann sottolinea come ad esempio sia difficile poter garantire un sistema valido per la sicurezza anche lungo un circuito: “Non si possono piazzare transenne lungo un percorso di 14 chilometri; ne servirebbero 28 chilometri in totale. È semplicemente impossibile, irrealizzabile. Non si troverà mai uno sponsor disposto a spendere un milione di euro solo per le transenne senza avere nulla in cambio. Una gara sicura, ma priva di entrate, non ha alcun senso”.

Un altro aspetto da considerare è che: “Molto dipende anche dalla legislazione del singolo Paese in cui ci si trova; le regole non sono le stesse ovunque. Non si può pensare di adottare un unico sistema valido per tutto il mondo: ogni nazione ha le proprie specificità. Anche se l’UCI dovesse imporre un determinato standard, bisogna ricordare che la proprietà delle strade resta sempre in capo ai singoli Stati”.

Sull’aspetto normativo, infatti la Germania ha delle particolarità: “In passato, al Deutschland Tour, avevamo 40 motociclette della polizia; oggi ne abbiamo forse 20. Il loro numero è in costante diminuzione, perché le forze dell’ordine sostengono che “salvare le corse” non rientri nei loro compiti. Il loro ruolo è intervenire qualora si verifichi un imprevisto: proprio come avviene durante una partita di calcio, dove sono presenti per gestire eventuali disordini, ad esempio se 200 persone dovessero venire alle mani. Questa è la normativa in Germania, ed è una situazione completamente diversa rispetto alla Francia. Al Tour de France, per fare un confronto, vengono impiegati 30.000 agenti di polizia; se si dovessero pagare i loro servizi, l’organizzazione diventerebbe insostenibile”.

Wegmann ammette che ormai la sicurezza è diventato il focus della parte organizzativa, ma non è possibile garantirla in ogni punto del percorso: “L’obiettivo principale del nostro lavoro è rendere il tracciato sicuro. In fin dei conti, ci muoviamo su strade pubbliche; cerchiamo di massimizzare la sicurezza, ma se qualcuno esce di casa con la propria auto, il problema rimane sempre”. La sicurezza totale non appare quindi possibile, ma tutti dovrebbero fare il massimo per cercare di avvicinarsi il più possibile: “Per quanto mi riguarda, in qualità di organizzatore di una gara, desidero sempre che si tratti di un evento per il quale, alla fine, io possa dire di aver fatto tutto il possibile per garantire la sicurezza”

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